
L’alimentazione umana è una questione sociale ed ambientale altamente complessa e come tale richiede, per essere affrontata,
l’utilizzo congiunto di diverse modalità di conoscenza ed esperienza.
La produzione, il trattamento, la distribuzione, la preparazione e il consumo di cibo avvengono nell’ambito delle interazioni
dinamiche presenti tra l’ambiente biogeofisico e quello umano. Per tale ragione, un approccio alla questione alimentare
richiede riflessioni che non tengano soltanto in considerazione gli aspetti di produzione e produttività (Gregory et al, 2005).
Dalla sicurezza alimentare, alla denutrizione cronica nei paesi poveri, alla malnutrizione sistemica nei paesi ricchi, il cibo
che produciamo, distribuiamo e consumiamo ha assunto negli ultimi decenni un valore normativo - ovvero etico, politico e
giuridico - oltre che economico, sociale e culturale. Recenti studi che tengono in considerazione questi diversi punti di vista
hanno evidenziato come gli enormi flussi di materia e di energia legati alla produzione e consumo alimentare, riflettono una
situazione assolutamente non sostenibile (Hofmeister and Kummerer , 2008).
Strettamente connesse alle questioni socio-ambientali più pressanti, quali il cambiamento climatico, il degrado degli ecosistemi,
il declino della biodiversità e la questione energetica, le scelte alimentari nella nostra società intrecciano sempre più la
dimensione locale con quella globale, e richiedono nuovi strumenti cognitivi e una nuova, o meglio rinnovata, consapevolezza
della interdipendenza tra gli esseri umani e gli ecosistemi nei quali sono immersi (Easterling 2007; Schmidhuber 2007). I
sistemi alimentari possono essere molto semplici come nel caso degli agricoltori di sussistenza che producono, trattano e
consumano il cibo di cui necessitano. Si tratta di casi il cui numero è oggi estremamente esiguo dal momento che nell’ultimo
secolo i sistemi alimentari sono cambiati radicalmente manifestando un livello di complessità crescente. L’incremento della
produzione agricola dagli anni ’40 è stato accompagnato da una modifica sostanziale dei processi di produzione, distribuzione,
marketing, disponibilità e scelta dei prodotti alimentari. La globalizzazione dei mercati ha gradualmente spostato il potere
politico ed economico dai contadini ai venditori, dai corpi legislativi nazionali alle organizzazioni regionali e globali, dagli Stati
alle corporazioni multinazionali (GECAFS project “global environmental change and food systems”, http://www.gecafs.org).
Negli ultimi decenni, inoltre, la ricerca scientifica e tecnologica di punta, dotata di uno status epistemico privilegiato, ha
assunto un ruolo dominante, nell’inquadrare, definire e gestire le questioni alimentari più pressanti. Si pensi, ad esempio,
all’utilizzo delle biotecnologie per migliorare la “resa” in allevamento e in agricoltura - in termini di resistenza nei confronti
di erbicidi, agenti patogeni e condizioni ambientali avverse, e in termini di potere nutritivo - alla chimica degli integratori alimentari,
alla gestione della sicurezza alimentare. Nel contempo, dalla “primavera silenziosa” di Rachel Carson, nella quale si
denunciavano i possibili effetti collaterali della rivoluzione verde, alla sindrome BSE o “mucca pazza” nel Regno Unito, sino
ai più recenti allarmi su una possibile pandemia di influenza aviaria, la fiducia pubblica nella capacità della scienza da un lato
e dei governi dall’altro, di assicurare e mantenere uno standard di qualità e sicurezza nel cibo che mangiamo, si è incrinata
a favore di uno scetticismo diffuso.
In questo scenario complessivo, i cittadini si trovano oggi sia a dover gestire una quantità di informazione molto estesa, multiforme
e talora contrastante, sia a dover tener conto, per una transizione verso un regime sostenibile, degli effetti su scale
temporali e geografiche diverse delle loro scelte di consumo. Questo aumento di complessità nell’insieme di decisioni che
determinano gli stili di vita è spesso fonte di disorientamento e di senso di impotenza.
Negli ultimi anni, il coinvolgimento pubblico negli indirizzi politici della ricerca tecnoscientifica, sul tema alimentare ma non
solo, è diventato dunque prioritario, in particolare nel contesto europeo, come si evince dal recente rapporto per la Commissione
Europea Taking European Knowledge Society Seriously (2007). Nel rapporto in questione si mette in evidenza
la necessità di rifondare il contratto sociale tra scienza e società, non soltanto dotando i cittadini del diritto di conoscere, il
cosiddetto right to know, ma anche favorendo una partecipazione estesa e diretta ai processi di accreditamento e, più in generale,
di decisione, in materia di scienza e tecnologia. Si tratta, dunque, non soltanto di informare la società civile, ma anche
e soprattutto di prendere atto della necessità di una partecipazione critica e creativa nella definizione stessa delle questioni
da affrontare, delle conoscenze da utilizzare, delle soluzioni da proporre.
In un recente documento di valutazione dell’IAASTD (2008) – International Assessment of Agricultural Sciences and Technology
for Development – sebbene venga riconosciuto l’enorme contributo storico che la scienza e la tecnologia hanno avuto
nell’incremento della produzione alimentare e della ricchezza globale, vengono messi in evidenza oltre agli impatti ambientali
la necessità di riflettere sull’equità dell’accesso al cibo da parte delle popolazioni più vulnerabili (Kiers et al., 2008).
Il processo di globalizzazione porta i consumatori ad essere protagonisti, spesso inconsapevoli, degli impatti socio-ambientali delle loro scelta alimentari. Tale inconsapevolezza in parte affonda le radici nel progressivo allontanamento delle persone da
ciò che mangiano. Allontanamento da un punto di vista geografico data la frammentazione della filiera produttiva: sempre più
consumiamo cibi che vengono da lontano e di cui ignoriamo i meccanismi di produzione. Allontanamento dal punto di vista
psicologico, poiché consumiamo cibi sempre più trasformati, la cui connessione con l’ecosistema diventa quasi impossibile
da riconoscere (Halweil, 2002).
Se un cambiamento di direzione nei sistemi di produzione, distribuzione e consumo del cibo è auspicabile, sarà fondamentale
il coinvolgimento dei differenti attori sociali: non solo di produttori, scienziati, tecnici, e decisori politici ma anche dei consumatori.
Di conseguenza, in relazione all’ambito complesso dell’alimentazione umana, si rende indispensabile ideare e sperimentare
nuovi approcci e strategie didattiche nell’ambito dell’educazione scientifica e, più in generale, nuove modalità di partecipazione
estesa che permettano di democratizzare sia la conoscenza, scientifica e non, che i processi con cui questa viene
comunicata e impiegata. Tali metodologie devono nascere da profonde riflessioni sulle dinamiche di creazione di nuova
consapevolezza attraverso il potere dell’immaginazione individuale e collettiva.
Un tale lavoro di ricerca si colloca in un filone internazionale volto a investigare come ci si possa ‘allenare’ al ragionamento
sulla complessità dei problemi (Wilensky & Resnick, 1999), quali siano le caratteristiche della conoscenza necessaria per
comprendere e valutare tematiche socio-ambieltali controverse, e quindi per utilizzarla nella maturazione di decisioni personali
e collettive (Aikenhead, 2006; Ekborg, 2005; Kolstø, 2001; Warburton, 2003, Zeidler, 2005).
Emerge, dunque, sempre più chiaramente, la necessità di un approccio multi e trans-disciplinare, di tipo sistemico e conviviale,
nel quale si mescolino e si integrino conoscenze scientifiche, saperi locali, esigenze e priorità sociali, culturali ed
ambientali. “Dischiudere il potenziale democratico” della società civile, considerando sia il piano fattuale, relativo al “che cosa
conosciamo” e “che cosa possiamo fare”, sia quello normativo-valoriale del “che cosa desideriamo” e “di che cosa abbiamo
bisogno”, è ormai una necessità sempre più pressante per poter affrontare la questione del cibo che produciamo, distribuiamo
e consumiamo in una prospettiva di sostenibilità.